Dieta Lemme: pericolosi messaggi contro la scienza

La dieta Lemme, una delle diete oggi più “di moda” in Italia è proposta da Alberico Lemme, laureato in farmacia, non iscritto all’Ordine dei Farmacisti, risulta pericolosa. Come sostiene anche Attilio Speciani, di Nutrizione33, che riporta e commenta un elenco di affermazioni inopportune e in molti casi socialmente pericolose:

La frutta alimenta il tumore: I dati sul rapporto tra frutta e il controllo del cancro (non la sua induzione) sono documentati dall’American Institute of Cancer Research e dalla World Cancer Research Fund. L’eccesso di frutta negli obesi può avere qualche correlazione con la malattia tumorale, tuttavia, in dosi equilibrate la frutta è altamente protettiva. Salvo che in rarissimi casi, la frutta appare vietata nei suggerimenti nutrizionali nella dieta Lemme, peccato che quasi tutti i prodotti dolciari “dimagranti” in vendita nei suoi shop siano a base di fruttosio. Qualcosa non quadra.

La dieta Mediterranea nutre il tumore: la relazione tra dieta Mediterranea e riduzione delle malattie degenerative è un dato acquisito e rivalutato scientificamente nel tempo anche in mesi recenti. Sentire parlare della dieta Mediterranea come della dieta più ingrassante conosciuta fa venire i brividi.

La chemioterapia non serve: nonostante l’intenso dibattito sull’azione non sempre risolutiva della chemioterapia antitumorale, in moltissime forme di tumore la chemioterapia ha fatto e continua a fare la differenza tra la sopravvivenza e la morte. Messaggi di questo tipo sono falsi e tolgono speranza ai malati e alle persone sane.

L’attività fisica non serve a nulla: l’attività sportiva, sia di tipo aerobico prolungato, sia di tipo anaerobico ripetuto di breve durata, apre i canali del glucosio (GLUT4) e contribuisce sempre al miglioramento della sensibilità insulinica. Per perdere massa grassa l’attività fisica va integrata con una corretta alimentazione, ma resta un documentato strumento di miglioramento delle risposte metaboliche e di prevenzione antitumorale.



I MOTIVI DI ALCUNI INIZIALI SUCCESSI DELLA DIETA LEMME

Abolizione quasi totale dei carboidrati nella prima fase di dimagrimento. Comunque camuffata, la prima fase di dimagrimento è proposta in modo apparentemente individualizzato (telefonata diretta con Lemme ogni due giorni) e richiede una dieta dissociata a base di quantità libere di proteine della carne o del pesce. Questi suggerimenti nutrizionali hanno caratteristiche simili alle diete iperproteiche di Dukan o di Atkins. È documentato che un carico esclusivo di proteine, come suggerito dalla dieta lemme, obbliga fegato e reni a un eccessivo lavoro di disintossicazione che può rivelarsi pericoloso.

Apparente libertà alimentare (il messaggio che si intende far passare è quello di mangiare fino a 10 Kg di carne o di pesce in ogni singolo pasto). In realtà l’esperienza pratica insegna che dopo un paio di giorni di “eccessi”, quando si può mangiare un solo componente alimentare, si riduce l’assunzione di cibo e complessivamente si arriva ad una riduzione delle calorie assunte, come in una dieta ipocalorica.

Uso mattutino della pasta. Nella fase di dimagrimento, l’unica eccezione all’uso esclusivo di proteine è proposto dalla assunzione ritmata di quantità libere di pasta cotta senza sale e condita con olio e peperoncino. Le prime ore dopo il risveglio sono quelle in cui ogni mammifero ha una capacità di metabolizzazione e di consumo più elevate. La quantità può essere libera (fino a 10 chili) ma per gli stessi motivi appena segnalati c’è un’autolimitazione che ne riduce l’assunzione. Lo stimolo metabolico indotto dalla prima colazione è comunque uno dei pochi punti condivisibili, insieme alla eliminazione del saccarosio.



PUNTI CONTROVERSI DELLA DIETA LEMME

– Nella dieta è richiesto di abolire completamente il sale in qualsiasi sua forma, sia per la cottura sia per il condimento. Lavori recenti (1) hanno confermato che anche se in genere è buona cosa ridurre il sale, soprattutto in soggetti ipertesi, per molte altre persone senza fattori di rischio ipertensivo, l’eliminazione del sale può portare a danni peggiori rispetto a quelli derivanti da un utilizzo continuato. La risposta è individuale e non può essere assoluta.

– Si afferma che il pomodoro sia uno dei vegetali che induce resistenza insulinica e genera ingrassamento. Non esiste una sola ricerca scientifica che lo affermi, mentre molte ricerche dicono esattamente il contrario, come quelle di Tsitsimpiku (2) in cui proprio il pomodoro riduce in modo significativo i fattori di rischio della sindrome metabolica.

– La rapida perdita di peso che talvolta si ottiene con una dieta dissociata e iperproteica (solo 3 pasti su 24, nella prima fase, contengono carboidrati) porta a una netta riduzione del metabolismo e a un adattamento metabolico in riduzione che si mantiene poi per anni, come ha dimostrato Fothergill (3) in una sua recente ricerca, che ha evidenziato come la riduzione del metabolismo persista anche per 6 anni dopo una veloce e rilevante perdita di peso, facilitando, nella quasi totalità delle persone valutate, il ritorno rapido al peso originale.

– Personalmente sostengo i benefici di un regime alimentare “onnivoro” ma l‘abuso di carne che viene suggerito è fortemente contrario ai fini del dimagrimento. Mozzaffarian (4) ha documentato sul New England Journal of Medicine i risultati di 20 anni di valutazioni effettuate su oltre 120.000 persone sane, indicando tra i cibi che fanno ingrassare, oltre allo zucchero e alle bevande dolcificate, proprio l’abuso di carne rossa e di carni processate.

– Uno studio svizzero effettuato su 2400 persone (5) ha documentato che una motivazione autonoma a raggiungere un obiettivo è determinante affinché le scelte di salute e l’aderenza a un programma siano mantenute nel tempo. Tenendo conto, come pubblicato da Courtney (6) che persone con bassa autostima sono ad alto rischio per sintomi depressivi e disturbi del comportamento alimentare. Troop (7) ha inoltre pubblicato i risultati di uno studio inglese che ha documentato una risposta anoressica o bulimica in relazione al tipo di senso di colpa e di vergogna indotto nelle persone con disturbi del comportamento alimentare